La decisione della Francia di vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni non rappresenta, nelle intenzioni del governo, un punto di arrivo, ma piuttosto l’avvio di una strategia normativa più ampia sul controllo degli ambienti digitali. Le recenti dichiarazioni di Anne Le Hénanff, ministra delegata per l’Intelligenza Artificiale e gli Affari Digitali, hanno infatti aperto un fronte particolarmente sensibile: quello delle VPN, considerate il possibile “passaggio successivo” dopo l’introduzione dell’obbligo di verifica dell’età sui social media.
Il disegno di legge approvato in prima lettura dall’Assemblea Nazionale prevede che, entro la fine del 2026, tutte le piattaforme social debbano verificare l’età di ogni utente, adulti compresi.
L’obiettivo dichiarato è la tutela dei minori, in un contesto in cui l’età media di iscrizione ai social in Francia sarebbe piuttosto bassa. Tuttavia, proprio la possibilità di aggirare i controlli tramite strumenti come le VPN ha sollevato interrogativi politici e tecnici che il governo non sembra intenzionato a eludere.
Governo francese: proteggere i minori anche sacrificando strumenti legittimi (!)
Secondo Le Hénanff, la priorità è proteggere “la stragrande maggioranza dei bambini”, anche a costo di intervenire su tecnologie che, fino ad oggi, sono state considerate strumenti legittimi di sicurezza e riservatezza. Il messaggio è chiaro: se il blocco dei social basato sull’età non dovesse rivelarsi sufficiente, il legislatore è pronto a spingersi oltre. Una posizione che, pur presentata come pragmatica, apre un terreno scivoloso sul piano dei diritti digitali.
Le reazioni critiche non si sono fatte attendere. Lo scrittore e regista Alexandre Jardin ha paragonato apertamente l’ipotesi di controllo delle VPN a pratiche tipiche dei regimi autoritari, parlando di una progressiva normalizzazione della censura in rete. Il timore, condiviso da una parte dell’opinione pubblica e da numerosi esperti, è che una misura pensata per i minori finisca per estendersi, di fatto, all’intera popolazione.
Dal punto di vista tecnico, il tema è tutt’altro che banale. Le VPN non sono utilizzate esclusivamente per aggirare restrizioni geografiche o normative, ma rappresentano uno strumento essenziale per la protezione delle comunicazioni, soprattutto su reti non sicure.
Nel 2023, durante una precedente discussione legata a novità legislative, Andy Yen, fondatore e CEO di Proton, aveva già messo in guardia contro il rischio di violare diritti fondamentali sanciti non solo dalla tradizione francese, ma anche dal quadro normativo europeo in materia di privacy e libertà digitali.
Pressing sempre più incessante sulle VPN
Il caso francese non è isolato. Nel Regno Unito, il governo ha avviato una consultazione specifica sull’uso delle VPN nel contesto della sicurezza online dei minori, mentre negli USA il dibattito si è spinto ancora oltre. In Michigan, ad esempio, è stata proposta una legge che non solo limita l’uso delle VPN, ma ne vieta persino la promozione. Si tratta di segnali convergenti che indicano una crescente insofferenza politica verso tecnologie percepite come ostacoli all’applicazione delle norme.
Il nodo centrale resta il bilanciamento tra protezione dei minori e tutela dei diritti digitali. Limitare o controllare le VPN potrebbe produrre effetti collaterali rilevanti, esponendo anche gli adulti a maggiori rischi in termini di sorveglianza, intercettazione dei dati e riduzione della sicurezza.
In questo senso, la scelta della Francia rischia di diventare un precedente pericoloso, capace di ridefinire il rapporto tra Stato, tecnologia e cittadini.
Demonizzare le VPN non protegge i minori e indebolisce la sicurezza digitale
La crescente attenzione legislativa verso i servizi VPN nasce troppo spesso da una percezione distorta di questi strumenti come meri “strumenti di elusione”, ignorando il loro ruolo fondamentale nella sicurezza digitale, nella protezione della privacy e nell’operatività di infrastrutture critiche come le reti aziendali e accademiche.
Le VPN non sono una scorciatoia da demonizzare per principio: permettono di cifrare traffico, difendere le comunicazioni da intercettazioni, contrastare la profilazione aggressiva e offrire un livello minimo di autodeterminazione digitale a milioni di persone. È questa funzione, essenziale e quotidiana, che rischia di essere cancellata da approcci legislativi che non distinguono tra abuso e uso legittimo.
Un blocco generalizzato sulle VPN o requisiti di verifica dell’identità imposti su questi servizi andrebbero ben oltre l’obiettivo dichiarato di tutela dei minori, trasformandosi in un precedente con potenziali effetti collaterali profondi per l’intero ecosistema digitale.
In passato abbiamo già visto come normative tese a regolare l’età minima di accesso a determinati contenuti aumentino la ricerca di soluzioni per aggirare i limiti, tra cui proprio le VPN — e questo fenomeno non può essere usato come argomento a favore del loro bando, ma piuttosto come prova della necessità di un approccio normativo più raffinato.
Per proteggere davvero i giovani, la strada non può essere quella di schedare gli utenti, criminalizzare la privacy o trasformare gli strumenti di sicurezza in bersagli legislativi, bensì potenziare i programmi di educazione digitale, promuovere strumenti efficaci per famiglie e scuole, sistemi mirati che agiscano sui comportamenti problematici reali piuttosto che sugli strumenti tecnici.
Ogni intervento regolatorio deve tener conto del fatto che la rete globale è fatta di tecnologie interoperabili: limitare l’accesso o la funzionalità di una componente chiave come le VPN avrebbe un impatto non solo sui minori, ma su cittadini, imprese e istituzioni.
Le tecniche ipotizzabili per bloccare le VPN e le loro evidenti distorsioni
Dal punto di vista strettamente tecnico, uno Stato che intendesse limitare o impedire l’uso delle VPN avrebbe a disposizione un numero relativamente ristretto di opzioni, nessuna delle quali è priva di effetti collaterali rilevanti. Ne parliamo anche nell’articolo sul disastro totale legato al blocco delle VPN.
L’approccio più immediato consisterebbe nel blocco per indirizzo IP, imponendo agli operatori di rete di filtrare gli IP noti appartenenti ai provider VPN commerciali. Si tratta tuttavia di una soluzione fragile e facilmente aggirabile: gli indirizzi cambiano frequentemente, molti servizi utilizzano infrastrutture cloud condivise e il rischio di colpire risorse perfettamente legittime — incluse piattaforme aziendali e servizi critici — è elevato.
Un secondo metodo prevede l’adozione di sistemi di Deep Packet Inspection (DPI), capaci di analizzare il traffico in transito per identificare pattern riconducibili a protocolli VPN come OpenVPN, WireGuard o IPSec. Questa strada, oltre a richiedere investimenti tecnologici ingenti, introduce una forma di ispezione sistematica delle comunicazioni che collide direttamente con i principi di riservatezza delle trasmissioni elettroniche. Inoltre, molti protocolli moderni sono progettati per mimetizzarsi nel traffico HTTPS standard (si pensi a TrustTunnel), rendendo l’identificazione sempre più incerta e incentivando una pericolosa escalation tecnica.
Un’ulteriore ipotesi, già discussa in ambito normativo, riguarda l’obbligo di registrazione o autorizzazione preventiva per i fornitori di VPN, con la possibilità di imporre log obbligatori o meccanismi di identificazione degli utenti. L’approccio, oltre a essere incompatibile con il modello di “no-log” su cui si basa la fiducia di molti servizi VPN, produrrebbe un effetto paradossale: spingere utenti e organizzazioni verso soluzioni estere, decentralizzate o autogestite, completamente al di fuori del perimetro regolatorio nazionale.
Il divieto di operare sul territorio nazionale: un controllo solo apparente
Imporre a un servizio VPN di non operare in Francia significherebbe, nella pratica, obbligare il provider a cessare qualsiasi attività commerciale rivolta agli utenti francesi, a ritirare infrastrutture locali e a bloccare l’accesso ai propri servizi dagli indirizzi IP geolocalizzati nel Paese. È una misura formalmente semplice, già adottata in altri contesti regolatori, ma che produce un controllo più amministrativo che tecnico.
Il primo limite evidente riguarda la giurisdizione. Molti servizi VPN non hanno sedi legali, server o personale in Francia, né in Europa. Un ordine di cessazione avrebbe effetto solo sui provider disposti a conformarsi volontariamente o che operano in modo trasparente sul mercato europeo. Tutti gli altri — inclusi servizi extra-UE, reti decentralizzate o soluzioni self-hosted — resterebbero pienamente accessibili, senza alcuna possibilità concreta di enforcement.
Dal punto di vista operativo, il divieto si tradurrebbe quasi sempre in un blocco basato sulla geolocalizzazione IP. Questo approccio soffre di due problemi strutturali: da un lato è impreciso (utenti legittimi bloccati, utenti vietati che passano), dall’altro è banalmente aggirabile. Paradossalmente, per accedere a una VPN “non disponibile in Francia” basterebbe… utilizzare un’altra VPN o un proxy preliminare, cosa che dimostra l’inconsistenza del modello.
C’è poi un effetto collaterale spesso sottovalutato: un simile obbligo spingerebbe i provider più attenti alla privacy a ritirarsi volontariamente dal mercato francese, lasciando spazio a servizi opachi, non verificabili e spesso finanziati tramite modelli poco trasparenti. Il risultato non sarebbe una rete più sicura, ma l’esatto contrario: meno qualità, meno sicurezza, meno tutele per gli utenti.