Firefox prova a uscire dalla nicchia senza rinnegare ciò che lo rende diverso. Con Firefox 157, distribuito dal 29 settembre 2026, Mozilla introduce il più ampio rinnovamento visivo del browser dai tempi dell’interfaccia Proton del 2021, ma il lavoro sull’aspetto grafico racconta solo una parte della storia. Dietro toolbar ridisegnate, modalità compatta, nuova sidebar e maggiore coerenza tra desktop e mobile c’è un problema molto più difficile: convincere le persone a scegliere Firefox in un mercato nel quale Chrome domina e gran parte dei concorrenti usa lo stesso motore Chromium.
Ad agosto 2026 StatCounter attribuiva a Chrome il 73,3% del mercato desktop mondiale, contro il 5,3% di Firefox; considerando tutte le piattaforme, Firefox è accreditato di un 3% circa. Sono numeri che spiegano perché Mozilla non possa più contare soltanto sulla reputazione costruita attorno a privacy, open source e libertà del web.
Phoenix 0.1, il progetto destinato a diventare Firefox, apparve nel settembre 2002, quando Internet Explorer superava il 90%. Firefox 1.0 arrivò nel novembre 2004 e superò 100 milioni di download in meno di un anno. Più di 20 anni dopo la situazione è profondamente diversa, ma il problema della concentrazione si ripresenta sotto un’altra forma: Chrome non è soltanto il browser più utilizzato, perché Chromium e il motore Blink costituiscono anche la base di Edge, Opera, Brave e di numerosi altri prodotti. Firefox resta quindi una delle pochissime alternative di larga diffusione costruite attorno a un motore indipendente.
Firefox 157 cambia faccia, ma Mozilla cerca soprattutto nuovi utenti
Ajit Varma, responsabile del progetto Firefox, ha spiegato che Mozilla vuole superare l’idea di un browser scelto quasi esclusivamente da utenti tecnici, sostenitori dell’open source o persone particolarmente attente alla privacy. Per arrivare a un pubblico più ampio, Firefox deve semplicemente essere piacevole da utilizzare. Sapere cosa siano Gecko, Blink o Chromium non può diventare un requisito necessario per apprezzare il prodotto.
La maggioranza degli utenti non ragiona in termini di motori di rendering e, come osserva Varma, molte persone non distinguono nemmeno chiaramente un browser da un motore di ricerca! Mozilla deve quindi trasformare principi astratti come indipendenza e possibilità di scelta in vantaggi percepibili ogni giorno.
Da qui nasce Nova, il nome del rinnovamento grafico arrivato con Firefox 157. Mozilla ha rivisto colori, icone, temi, barre degli strumenti, menu, pagina Nuova scheda, navigazione privata e barra laterale. L’obiettivo dichiarato non consiste nel reinventare l’interfaccia ma nel farla apparire moderna senza renderla indistinguibile da Chrome o Edge.
Gecko rimane il vero elemento che distingue Firefox
Un design si può copiare, un motore web no. Firefox utilizza Gecko, sviluppato da Mozilla e responsabile di parsing HTML e CSS, layout, interazione con JavaScript, rendering e implementazione delle API web. Chrome ed Edge utilizzano invece Blink, nato da un fork di WebKit e sviluppato principalmente nell’ambito del progetto Chromium.
Possedere l’intero stack, secondo Varma, consente a Mozilla di modificare il browser più profondamente rispetto a chi parte da Chromium e interviene soprattutto sugli strati superiori.
Mantenere un motore web indipendente richiede enormi investimenti in compatibilità, sicurezza, prestazioni e implementazione degli standard. Rappresenta però la chiave di volta per conservare una seconda implementazione importante delle tecnologie web.
Un segnale interessante arriva dai progetti che stanno cercando di costruire motori web realmente indipendenti da Blink, WebKit e Gecko. Ladybird è il caso più ambizioso: implementa internamente HTML, CSS, JavaScript e WebAssembly e punta a una prima versione stabile nel 2028, mentre Servo, nato in Mozilla e oggi sviluppato sotto Linux Foundation Europe, continua a evolvere come motore scritto in Rust pensato soprattutto per integrazioni e sperimentazione.
Più implementazioni indipendenti degli standard web significano meno rischio che comportamenti specifici di Chromium finiscano per diventare, di fatto, lo standard dominante soltanto perché quasi tutti i browser condividono la stessa base tecnica.
Da parte sua, Mozilla continua a destinare la parte maggiore delle proprie risorse ingegneristiche a Gecko. Varma afferma che circa il 90% dell’attenzione resta sulle fondamenta del browser: performance, compatibilità web, nuove API, rendering e infrastruttura tecnica.
L’intelligenza artificiale in Firefox resta opzionale
Mozilla non intende ignorare l’AI, ma sostiene di voler evitare il modello adottato da browser che integrano in modo sempre più insistente assistenti proprietari.
Secondo Varma, meno del 10% degli ingegneri Firefox lavora sulle funzioni AI: l’organizzazione non punta inoltre a costruire propri grandi modelli linguistici o agenti generalisti. Preferisce invece integrare modelli open source e utilizzare il machine learning per funzioni circoscritte.
Firefox dispone di una sezione dedicata dalla quale l’utente può decidere quali funzioni mantenere attive e quali disabilitare. La policy aziendale AIControls, disponibile anche agli amministratori, può intervenire separatamente su traduzione, generazione di testo alternativo nei PDF, raggruppamento intelligente delle schede, riassunto dei collegamenti, chatbot nella sidebar, Smart Window e riconoscimento vocale locale.
Per alcune operazioni Firefox utilizza modelli AI eseguiti sul dispositivo: i dati possono quindi restare sul computer anziché essere trasferiti a un server remoto.
Varma distingue implicitamente due tipi di AI. Da una parte ci sono chatbot e agenti, molto visibili e spesso accompagnati da interrogativi su privacy, affidabilità e costi. Dall’altra esistono funzioni che molti utenti non percepiscono nemmeno come intelligenza artificiale: organizzare automaticamente le schede, compilare moduli, riconoscere informazioni o tradurre una pagina. Mozilla sembra soprattutto interessata alla seconda categoria.
Manifest V2 mostra perché avere motori diversi può contare
Un tema particolarmente scottante riguarda le estensioni per il browser.
Google ha progressivamente eliminato da Chrome il supporto a Manifest V2, mentre Mozilla ha scelto di mantenere sia Manifest V2 sia Manifest V3 e di continuare a offrire l’API blockingWebRequest. Quest’ultima è l’API che consente a un’estensione di intercettare le richieste di rete del browser prima che siano completate e, in base a regole proprie, bloccarle, modificarle o reindirizzarle. È particolarmente importante per gli strumenti legati alla privacy, perché permette di intervenire direttamente sul traffico generato dalle pagine.
Manifest V3 introduce infatti un modello differente per l’intercettazione delle richieste di rete, con maggiore ricorso a declarativeNetRequest.
Google giustifica l’architettura anche attraverso esigenze di sicurezza, prestazioni e controllo delle autorizzazioni; Mozilla ha deciso però che alcune capacità offerte dalle vecchie API possono convivere con Manifest V3.
Varma interpreta l’abbandono di Manifest V2 da parte di Chromium come uno di quei momenti nei quali gli utenti tornano a interrogarsi sul browser utilizzato. Mozilla afferma di avere osservato un aumento degli utilizzatori di Firefox proprio al momento della disattivazione di Manifest V2 su Chrome.
Il vero avversario di Firefox è l’inerzia
Per Mozilla il maggiore ostacolo non sembra essere una funzione mancante. È l’abitudine. Se una persona utilizza Chrome oggi, con grande probabilità continuerà a utilizzarlo domani. Cambiare browser richiede un evento che induca almeno a prendere in considerazione un’alternativa.
Il Digital Markets Act europeo offre un esempio interessante. L’introduzione delle schermate di scelta del browser sui dispositivi mobili ha costretto milioni di utenti a compiere esplicitamente una decisione che in precedenza il sistema operativo prendeva in maniera autonoma.
Mozilla dichiara che, nei primi due anni di applicazione delle regole, Firefox sia stato selezionato più di 6 milioni di volte attraverso queste schermate, con una scelta ogni circa dieci secondi.
I dati pubblicati dalla stessa Mozilla, che vanno quindi letti tenendo presente la provenienza, indicano inoltre una retention cinque volte maggiore tra chi sceglie Firefox attraverso una schermata DMA rispetto a chi arriva al browser attraverso altri percorsi.
Mozilla guarda di nuovo alle aziende
Varma afferma che gli strumenti destinati ad aziende e scuole rappresentino uno dei maggiori nuovi investimenti effettuati da Firefox nell’ultimo anno.
Un amministratore IT valuta gestione centralizzata, aggiornamenti, integrazione con strumenti di sicurezza, compatibilità con applicazioni aziendali, criteri configurabili e durata del supporto. Firefox dispone da tempo di enterprise policies applicabili tramite le Group Policy su Windows oppure attraverso policies.json; supporta inoltre sistemi quali Microsoft Intune, Jamf e piattaforme MDM.
Mozilla ha sviluppato anche integrazioni che guardano al tema della Data Loss Prevention su Windows. Quando un’azienda utilizza software DLP compatibile, operazioni come copia e incolla oppure upload di file possono essere sottoposte a controlli volti a impedire l’uscita di informazioni riservate.
Varma collega queste attività anche all’argomento della sovranità digitale. Mozilla afferma di ricevere interesse soprattutto da organizzazioni europee e asiatiche che vogliono ridurre la dipendenza da fornitori legati a grandi piattaforme proprietarie. Il codice aperto di Firefox e Gecko rende possibile ispezionare il software e limita almeno in parte il rischio di dipendere da un unico vendor. Non elimina naturalmente necessità di patch, governance, supporto e valutazione della supply chain.
Firefox deve diventare una scelta pratica, non soltanto ideale
Mozilla non pensa che una nuova barra degli strumenti possa permettere, da sola, di recuperare decine di punti percentuali rispetto a Chrome. L’obiettivo è piuttosto eliminare una delle ragioni più banali per non provare Firefox: la sensazione che il prodotto sia rimasto indietro rispetto agli altri browser.
La scommessa consiste nel combinare diversi elementi: un’interfaccia più curata, maggiore personalizzazione, un motore indipendente, supporto alle estensioni meno restrittivo, AI disattivabile, gestione enterprise e nuove opportunità aperte dalle normative sulla concorrenza.
C’è poi una contraddizione che Mozilla non può ignorare. Firefox vuole ridurre la concentrazione del web attorno a Google, ma Mozilla continua a dipendere in misura importante dagli accordi commerciali legati alla ricerca, con Google come partner principale.
L’organizzazione deve quindi difendere la concorrenza mantenendo contemporaneamente rapporti economici con l’azienda che controlla il browser dominante.